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Allergologia e immunologia

Cambiamenti climatici e allergie: quale correlazione?

20 Feb 2019
allergia polline

Il cambiamento climatico rappresenta una vera e propria minaccia per l’umanità e la natura. Anche l’Assessment Report del 2013, pubblicato dall’Intergovernmental Panel on Climate Change, ha lanciato l’allarme legato ad un equivocabile riscaldamento del sistema climatico. L’influenza umana è fondamentale in questo ed è stata rilevata nel riscaldamento dell’atmosfera, degli oceani, riduzione delle coperture di neve e ghiaccio, innalzamento del mare, ecc. In Europa sono previsti significativi cambiamenti climatici: al nord sempre più umido e caldo, mentre al sud sarà molto più secco. Come immaginiamo tutti gli organismi viventi sono sensibili alle condizioni climatiche e ne derivano dei progressivi e radicali mutamenti climatici.

La Commissione Aerobiologica, Inquinamento Ambientale e Monitoraggio pazienti della SIAIP (Società Italiana di Allergologia e Immunologia Pediatrica), con gli studiosi Giuliana Ferrante, Mariangela Bosoni, Maria Antonia Brighetti, Alssandro Travaglini, Alice Vignoli e Auro Della Giustina, ha presentato un articolo che in seguito a numero studi, descrive un trend di anticipo generale negli eventi fenologici, sia per le specie vegetali che quelle animali. Per le sue caratteristiche il polline è un buon bioindicatore in quanto riflette la struttura ed i cambiamenti della vegetazione. Il polline infatti può essere considerato un indicatore attendibile dei cambiamenti climatici. Questo è più frequente nelle piante arboree che in quelle erbacee. A questo punto è interessante capire come cambiano i pollini in aria e le relazioni con i cambiamenti climatici in atto, e se questo è in stretto rapporto con le patologie allergiche respiratorie.

Quali sono le variazioni nella produzione del polline?

Il riscaldamento globale ha effetti sull’inizio e la durata del periodo pollinico delle piante. Le piante a fioritura invernale reagiscono con una riduzione della produzione di polline, questo dovuto all’aumento delle temperature autunnali. Le piante a fioritura primaverile ed estiva invece tendono a produrre più polline, per periodi più lunghi ed un allungamento della stagione pollinica. Uno studio effettuato nell’arco di 33 anni nella zona di Perugia, ha dimostrato un anticipo progressivo del periodo pollinico raggiungendo un picco a fine maggio, invece che in piena estate.

Uno studio condotto, invece, sulla sensibilizzazione al polline di cipresso ha evidenziato un aumento dei pazienti sensibilizzati in centro Italia e, rispetto a vent’anni fa, c’è un ritardo pollinico, da febbraio a marzo, ed un prolungamento della stagione di fioritura fino alla primavera. L’olivo invece è stato analizzato in diverse regioni italiane, osservando un progressivo incremento di polline nell’atmosfera (polline presente da aprile alla fine di giugno). Invece l’allergia al polline di ambrosia, pianta originaria degli Stati Uniti ed in rapida espansione in tutta Europa, sarà un futuro problema a causa della rapida espansione in tutta Europa. In alcune zone il polline di questa pianta costituisce il 50% della produzione totale di pollini. A causa del riscaldamento globale questa pianta si sta diffondendo in tutto il nord, il suo sviluppo sta accelerando anche il raddoppiamento del periodo di fioritura, da un paio di mesi (agosto / settembre), ad oltre quattro (anticipo a luglio, fino ad ottobre inoltrato).

Che ruolo ha l’inquinamento atmosferico?

L’inquinamento atmosferico ed i cambiamenti climatici potrebbero indurre un aumento delle molecole allergeniche e proinfiammatorie nei granuli di polline, a causa dell’adattamento delle piante allo stress ambientale. Ad esempio il polline di betulla, esposto a livelli elevati di O3m produce pomfi rispetto allo stesso polline proveniente da piante cresciute in zone rurali, e questo accresce l’allergenicità. È anche nota l’associazione tra l’esposizione agli inquinanti ambientali e l’aumentata incidenza dell’asma.

In età pediatrica le patologie aeroallergeni sono in aumento

La presenza di allergeni può essere rilevata sia negli ambienti indoor (acari della polvere, epiteti degli animali domestici) che outdoor (pollini di specie erbacee e arboree, muffe, ecc). Dei recenti studi hanno evidenziato come le patologie da aeroallergeni siano in costante aumento nell’età pediatrica. Tra di esse la più frequente è la rinite allergica.

Il documento ARIA (Allergic Rhinitis and its Impact on Asthma) definisce la rinite allergica come una patologia nasale / nasocongiuntivale, la cui insorgenza è legata ad uno stato infiammatorio causato dall’esposizione di un aeroallergene in un soggetto sensibilizzato. Si tratta di congestione nasale, starnuti, prurito, lacrimazione, bruciore / prurito agli occhi, ecc. Dal 2011 le linee guida ARIA suggeriscono di classificare la rinite allergica in base alla durata e alla gravità dei sintomi: intermittente (se i sintomi durano meno di 4gg la settimana o meno di 4 settimane) o persistenti (se i sintomi durano più di 4gg la settimana e per più di 4 settimane), se ci sono forme lievi e forme moderate gravi a seconda dei diversi parametri.

Il bambini o gli adolescenti che soffrono di rinite allergica presentano un rischio maggiore di sviluppare asma bronchiale. Questo dipende dalla correlazione tra le vie aeree superiori ed inferiori, che fa si che la “flogosi nasale” raggiunga le vie aeree inferiori attraverso dei meccanismi di contiguità e continuità. Un altro elemento determinante è il tipo di aeroallergene in causa, ad esempio il bambino allergico all’acaro tende a sviluppare asma con maggiore frequenza, seguita da rinite.

Per approfondire questo articolo scarica l’articolo pubblicato sulla Rivista di Immunologia e Allergologia Pediatrica.

 

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