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Rischio cardiovascolare

A tu per tu con il Dott. Andrea Poli

23 Giu 2016
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In Italia circa 9 milioni di persone tra i 40 e i 79 anni sono ad alto rischio cardiovascolare e potrebbero necessitare di un trattamento con le statine. Ad oggi sono invece circa 4,1 milioni gli italiani che ne fanno uso abitualmente.

È il dato forse più “forte” che emerge dall’analisi dello studio epidemiologico CHECK, effettuata da Andrea Poli e dai colleghi del Servizio di Epidemiologia e Farmacologia Preventiva dell’università di Milano e dalla Società Italiana di Medicina Generale (SIMG).

Abbiamo voluto intervistare Andrea Poli, laureato in Medicina e chirurgia e specializzato in Farmacologia, collabora con l’Università degli studi di Milano ed è il direttore scientifico di NFI-Nutrition Foundation of Italy:

 

Come mai ha intrapreso la sua carriera?

Al liceo ero affascinato dalle materie scientifiche: erano gli anni dell’esplosione della biologia molecolare (il DNA, la sintesi delle proteine, la conoscenza approfondita della struttura e della fisiologia “fine” della cellula). Scelsi poi di iscrivermi a medicina, su saggia indicazione di mio padre, immaginando che questa facoltà mi avrebbe consentito di orientare la mia ricerca anche nell’ambito della prevenzione della cura delle malattie.

 

Di che cosa si sta occupando al momento?

La nostra principale area di ricerca, in NFI – Nutrition Foundation of Italy, è attualmente il rilievo, per quanto possibile oggettivo, dei consumi di alimenti e nutrienti nella popolazione italiana, e la correlazione di questi consumi con lo stato di salute delle persone.

Abbiamo infatti l’impressione che questi dati siano frequentemente raccolti da campioni di popolazione non correttamente selezionati, e quindi non rappresentativi della popolazione generale nazionale: e che questo non consenta di identificare le reali criticità nel comportamento alimentare e nello stile di vita della nostra popolazione, e di intervenire quindi in maniera mirata su problemi reali. Importiamo, in altre parole, non solo i modelli di comportamento (spesso errati) tipici del mondo anglosassone, ma anche la loro percezione delle criticità e le loro “linee guida”: e questo è in alcuni casi poco accurato, e in altri completamente errato. Abbiamo bisogno di più studi di epidemiologia nazionale ben strutturati e ben condotti.

 

Com’è nata l’idea dello Studio Check? A chi è rivolto? E con quali obiettivi?

L’idea nacque circa 15 anni fa. Avevo da poco concluso la mia esperienza come medico di medicina generale, si era ormai entrati nel mondo dell’informatizzazione degli studi medici, ed avevo la netta sensazione che il medico di medicina generale potesse rappresentare il il punto di forza di un’epidemiologia del territorio che descrivesse in maniera accurata la popolazione italiana e che creasse i presupposti per modificarne i fattori di rischio cardiovascolare.

L’idea, semplificando al massimo, era che alcune centinaia di medici motivati, selezionando ciascuno un piccolo campione di soggetti dalle loro liste dei pazienti, osservandoli e seguendoli nel tempo, potessero creare, con il supporto di un Centro di coordinamento, un campione di alcune migliaia di soggetti da cui estrarre informazioni preziose sulla salute della nostra popolazione.

 

I dati sono preoccupanti?

I dati di CHECK hanno sostanzialmente confermato la distribuzione di fattori di rischio cardiovascolare nella popolazione italiana, mostrando come anche in Italia, come peraltro in tutte le popolazioni occidentali, quote importanti della popolazione adulta (dal 20, al 40 e fino a 50%) abbiano valori non ottimali dei principali fattori di rischio cardiovascolare, convenzionali e non. Lo studio ha peraltro anche chiarito, impiegando i vari algoritmi di stima del rischio sviluppati nel nostro paese, in Europa e nel mondo, come il rischio cardiovascolare globale della popolazione italiana sia complessivamente basso, e come larga parte degli eventi coronarici e cerebrovascolari si osservi in soggetti la cui probabilità di malattia, stimata a priori, sembra bassa o molto bassa.

 

Consigli per prevenire malattie del sistema cardiovascolare?

Due concetti: il primo ovvio, il secondo un po’ meno. Il primo è che un controllo accurato dei principali fattori di rischio (colesterolemia, pressione arteriosa, fumo di sigaretta), che impieghi correttamente, quando necessario, i farmaci disponibili, è l’irrinunciabile pilastro principale della prevenzione cardiovascolare. Per quanto concerne lo stile di vita, l’importanza di un’attività fisica moderata si conferma elevata, mentre sta perdendo importanza l’attenzione ossessiva a certi elementi della dieta (controllo dei grassi alimentari, controllo del sale, controllo degli zuccheri) che dovrebbe lasciare più spazio agli elementi “positivi” della dieta stessa: il consumo di alimenti e bevande ricchi di polifenoli antiossidanti (caffè, cioccolato, te’, frutta e verdura), il consumo di cereali e di alimenti integrali, anche per facilitare la vita al nostro microbiota intestinale, un apporto adeguato di “grassi buoni” (omega-3 ed omega-6).

 

In seguito al vostro studio ci sono stati dei passi in avanti?

CHECK ha consentito di descrivere in maniera più accurata il rischio cardiovascolare della popolazione italiana, ed ha fornito utili spunti, in particolare, per classificare la popolazione in gruppi con diversi profili di rischio, diverse necessità di abbassare la propria colesterolemia totale ed LDL, e quindi diverse esigenze terapeutiche. Ha fornito quindi anche elementi importanti per una corretta allocazione delle risorse in prevenzione cardiovascolare, consentendo una stima accurata di quanti soggetti necessitino dell’uso di farmaci ipolipidemizzanti di varia efficacia, o possono invece controllare il proprio colesterolo LDL mediante interventi di correzione dietetica o l’uso di integratori mirati.

 

Il prossimo progetto nel cassetto?

Rivalutare la coorte dei soggetti dello studio CHECK a 15 anni di distanza dalla sua prima descrizione, e correlare i parametri a suo tempo raccolti con quanto i medici hanno rilevato negli anni successivi: trasformando quindi uno studio trasversale in uno studio longitudinale. Si tratterebbe infatti di uno dei primi esempi di osservazione prolungata nel tempo di campioni rappresentativi di una popolazione nazionale, e potrebbe fornire informazioni di grandissima importanza sul reale peso dei differenti fattori di rischio nel determinare la salute della nostra popolazione.

 

A cura di Silvia Maculan

Per contattare il Dott. Andrea Poli: poli@nutrition-foundation.it

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