Dott.ssa Sonia Cortopassi
Medico Psichiatra e Psicoterapeuta, Direttrice Sanitaria C.T. “La Rocca” di Pietrasanta (LU)
Introduzione
Nella mia pratica clinica quotidiana, come psichiatra e direttrice di una comunità terapeutica, mi confronto costantemente con la complessità dei disturbi d’ansia e, parallelamente, con la gestione delle complicanze legate all’uso cronico di benzodiazepine (BDZ).
In questo contesto, la ricerca di strategie che possano affiancare i trattamenti convenzionali rappresenta un aspetto di particolare interesse nella pratica clinica. Nel presente contributo descrivo tre casi clinici tratti dalla mia esperienza professionale, che illustrano l’impiego di un integratore alimentare come supporto nella gestione dell’ansia e nei percorsi di disassuefazione da benzodiazepine.
La gestione farmacologica dei disturbi d’ansia
I disturbi d’ansia (es. il disturbo d’ansia generalizzato, l’ansia sociale e gli attacchi di panico) sono tra le condizioni psichiatriche più comuni e invalidanti. La prima linea di trattamento comprende la psicoterapia e spesso anche una terapia farmacologica a lungo termine. La letteratura converge nell’indicare alcune classi di farmaci come opzioni di prima scelta, mentre altre vengono riservate a casi particolari o utilizzate in seconda linea. La scelta della terapia dipende dall’efficacia, dalla tollerabilità, dalla comorbidità e dalle preferenze del paziente. Le classi di farmaci più utilizzate come terapia di prima scelta per il trattamento dei disturbi d’ansia sono gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) – tra cui sertralina, escitalopram, paroxetina – e gli inibitori della ricaptazione di serotonina-noradrenalina (SNRI), come venlafaxina e duloxetina. Questi farmaci sono efficaci sia sui sintomi ansiosi, che sulle frequenti comorbidità depressive1.
Le BDZ sono ancora largamente prescritte, soprattutto in Medicina Generale o per uso a breve termine, ma non raccomandate come farmaci di prima linea per rischio di dipendenza e di effetti collaterali.
Il paradosso delle benzodiazepine e le sfide per la riduzione graduale del dosaggio (tapering)
L’attuale panorama della gestione dei disturbi d’ansia è caratterizzato da un profondo paradosso clinico: a fronte di linee guida internazionali che prescrivono l’uso delle BDZ esclusivamente per brevi cicli (2-4 settimane), la pratica quotidiana rivela un consumo cronico che spesso si protrae per anni2.
Questa discrepanza ha innescato una crisi di salute pubblica globale. I dati di una survey pubblicata nel 2022 documentano che le BDZ sono tra i farmaci più prescritti negli Stati Uniti (solo nel 2019 sono state erogate oltre 92 milioni di prescrizioni), con il 76,2% dei pazienti che dichiara di non essere stato informato sulla natura “short-term” della terapia, né sulla complessità della disassuefazione2.
Le BDZ esercitano i loro effetti terapeutici potenziando la neurotrasmissione GABAergica, attraverso la modulazione allosterica positiva dei recettori GABA-A. Questo potenziamento amplifica le azioni inibitorie del GABA, determinando effetti sedativi, ansiolitici e ipnotici3.
L’uso prolungato di BDZ induce cambiamenti neuroplastici e fenomeni di neuroadattamento, che possono esitare in una perdita di efficacia e nell’insorgenza di sintomi di astinenza protratti. Dal punto di vista neurobiologico, le BDZ incrementano il signaling GABAergico, potenziando il circuito del reward (ricompensa) e innescando meccanismi di craving (desiderio intenso di assumere una sostanza) sovrapponibili a quelli delle sostanze d’abuso2,3.
La sospensione delle BDZ è complicata dalla cosiddetta sindrome da sospensione, che include ansia di rimbalzo, insonnia, tremori e, in casi gravi, crisi convulsive. Il classico schema per il tapering delle BDZ consiste in una riduzione del dosaggio del 25% ogni 2 settimane e in una riduzione più lenta del 12,5% ogni 2 settimane verso la fine dell’interruzione. Tuttavia, la letteratura indica che la sola riduzione graduale fallisce in circa un terzo dei pazienti a causa della ricomparsa dei sintomi o della demoralizzazione4.
In questo scenario, emerge la necessità di protocolli di riduzione graduale e personalizzata, supportati da strategie farmacologiche non vincolanti che possano mitigare il craving e i sintomi di rimbalzo2,3.
Come strategie di supporto, l’interesse della comunità scientifica si è rivolto anche a fitoterapici con note proprietà ansiolitiche (es. Passiflora incarnata)3-5.
Ricerche “real-world” condotte su pazienti con depressione e ansia hanno dimostrato che l’aggiunta di un estratto secco di Passiflora durante il tapering accelera significativamente la riduzione del dosaggio di BDZ rispetto al tapering standard3,4.
Anche la Withania somnifera (nota comunemente come Ashwagandha o Ginseng indiano) ha una lunghissima storia come rimedio fitoterapico per l’ansia e per lo stress. Utilizzata da oltre 3.000 anni nella medicina ayurvedica, è considerata uno degli adattogeni più potenti per promuovere il rilassamento, la calma e l’equilibrio psicofisico6,7.
Dalla teoria alla pratica clinica: un approccio integrato farmaci-nutraceutico
Il mio metodo clinico si fonda sulla necessità di considerare la complessità multidimensionale del disagio. L’eziologia dell’ansia è multifattoriale: componenti biologiche, ormonali, relazionali e traumatiche si intrecciano. Soprattutto nei disturbi d’ansia, la componente psicologica e quella neurovegetativa sono indissolubili.
Nella mia pratica clinica, per la gestione dell’ansia e delle dipendenze da farmaci, ho trovato un valido alleato in un integratore alimentare (Food Supplement (FS)) che contiene un estratto di Withania somnifera (Sensoril®), biancospino, magnesio e vitamina B6 (PharmaLine, composizione in Tabella 1).
Questo FS ha già dimostrato la sua efficacia nel trattamento di soggetti ansiosi, stressati e con disturbi del sonno8,9. Ho trovato il suo utilizzo particolarmente utile per i pazienti farmacofobici o ipocondriaci, che temono gli effetti collaterali dei trattamenti tradizionali e che vedono nel nutraceutico un alleato naturale che non altera “artificialmente” il loro equilibrio.

Tabella 1. Composizione dell’integratore alimentare (FS).
Di seguito, riporto tre casi clinici tratti dalla mia esperienza, che illustrano l’efficacia di questo approccio integrato in situazioni complesse:
- CASO CLINICO 1 – Valutazione dell’efficacia del FS in associazione a inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) nella gestione dell’ansia generalizzata con sintomi residui;
- CASI CLINICI 2 e 3 – Efficacia di un protocollo integrato con FS nella disassuefazione da benzodiazepine.

Introduzione
Il caso clinico seguente intende sottolineare l’utilità dell’associazione tra una terapia farmacologica con SSRI e un nutraceutico a valenza ansiolitica, quale strategia terapeutica integrata per la gestione di sintomi ansiosi residui. L’impiego di nutraceutici può risultare vantaggioso sia in termini di aderenza terapeutica – grazie alla percezione di “minor carico farmacologico” e minori effetti collaterali – sia per il potenziale effetto sinergico sui sintomi ansiosi, soprattutto in soggetti con un’elevata sensibilità ai farmaci.
Presentazione del caso
La paziente è una donna di 77 anni, coniugata, casalinga e convivente con il coniuge, madre di due figlie. È seguita in ambito specialistico psichiatrico dal 14 settembre 2021 per una sintomatologia ansiosa a carattere persistente, associata a una compromissione del funzionamento quotidiano. Prima della presa in carico specialistica si era sottoposta a una valutazione neurologica per la presenza di sintomi ansiosi somatici (cefalea e sensazione di “testa confusa”); il successivo tentativo di trattamento farmacologico era stato tuttavia interrotto precocemente per scarsa tollerabilità (la paziente non ricorda la molecola prescritta o il periodo di assunzione).
Anamnesi familiare psichiatrica
L’anamnesi familiare risulta positiva in linea materna:
- madre con temperamento malinconico; episodio depressivo maggiore in età adulta, correlato a grave stress economico. Decesso prematuro a 44 anni per sarcoma mediastinico;
- due zii materni con disturbi psichiatrici non meglio Nessuna familiarità per disturbi psichiatrici in linea paterna.
Storia di vita ed elementi psicosociali rilevanti
L’infanzia è descritta come serena fino alla pre-adolescenza, con tratti temperamentali vivaci, espansivi ed estroversi. L’esordio della sintomatologia ansiosa è da collocarsi intorno ai 15 anni, in seguito alla prematura perdita della madre. Tale evento rappresenta un chiaro fattore di vulnerabilità psichica e costituisce un elemento cardine nella costruzione del funzionamento emotivo successivo.
A seguito del lutto, la paziente riferisce:
- incremento marcato dell’ansia generalizzata;
- insicurezza;
- bisogno di controllo;
- ritiro sociale e forte tensione
Contestualmente, la famiglia attraversava gravi difficoltà economiche, con trasferimenti abitativi e mancanza di stabilità, fattori che hanno contribuito a elevare la vulnerabilità emotiva. La sorella maggiore ha progressivamente assunto un ruolo di sostegno. La paziente riferisce successivi vissuti di demoralizzazione, riduzione dell’autostima, disagio legato all’immagine corporea e timore di non essere all’altezza, specie in ambito professionale.
Decorso clinico e sintomatologia
La paziente presenta da sempre fluttuazioni della quota ansiosa, con riacutizzazioni stagionali e manifestazioni somatiche frequenti (in particolare a carico dell’apparato gastrointestinale). In anamnesi si segnalano:
- ulcere, gastriti, candidiasi recidivanti, ernie addominali, emorroidi operate, tiroidite;
- acufeni bilaterali da oltre 30 anni, con peggioramento sotto stress;
- vertigini
Non sono presenti episodi depressivi maggiori; sono riferite fasi di demoralizzazione secondaria al sovraccarico ansioso e al timore di fallimento.
Terapie pregresse e farmacofobia/scarsa tollerabilità ai farmaci
La paziente presenta una documentata sensibilità ai farmaci, con scarsa tollerabilità ed effetti collaterali significativi, tali da determinare interruzioni premature delle terapie. Tra gli psicofarmaci non tollerati: pregabalin (capogiri), gabapentin (confusione mentale), amitriptilina (glossite), trimipramina (secchezza delle fauci), sertralina (agitazione) e altri non ricordati.
Questa elevata sensibilità ha reso complessa la titolazione terapeutica e ha contribuito all’instaurarsi di una “ansia farmacologica” con una ridotta aderenza.
Terapia in atto e introduzione del nutraceutico
Dal 2021, anno a cui risale la presa in carico da parte della sottoscritta, la paziente è in terapia continuativa con:
- paroxetina (SSRI), titolata molto gradualmente fino a 20 mg/die, con un buon beneficio sul quadro ansioso di base e sulle somatizzazioni;
- bromazepam (assunto da svariati anni su indicazione del medico di medicina generale), 1,25 mg (10 gocce) alla sera.
Persistendo insonnia iniziale e ansia serale, il 27 aprile 2023 è stato introdotto il FS al dosaggio di 1 cpr/die alla sera, con un’ottima tollerabilità e un miglioramento del profilo sonno-veglia.
Successivamente, dal 20 gennaio 2025, la posologia del FS è stata aumentata a 2 cpr/die (mattina + sera) per ottimizzare il controllo dei sintomi ansiosi residui, in particolare:
- apprensività;
- dubbiosità decisionale;
- anticipazione catastrofica degli eventi;
- sintomatologia ansiosa serale.
Risultati clinici osservati
Il miglioramento clinico è stato graduale e a ottobre 2025 il quadro era il seguente:
- marcata riduzione dell’ansia anticipatoria e della rimuginazione;
- miglioramento della sicurezza decisionale;
- remissione delle somatizzazioni gastrointestinali.
È stato possibile effettuare una riduzione significativa e graduale del bromazepam serale, da 10 gtt (1,25 mg) alle attuali 3 gtt (0,375 mg).
Merita evidenza la buona accettazione del nutraceutico, percepito dalla paziente come meno “invasivo” rispetto a un ulteriore farmaco, fattore determinante per l’aderenza.

Stato attuale
La paziente presenta attualmente:
- un buon equilibrio ansioso e buoni livelli di funzionamento quotidiano;
- una residua lieve compromissione cognitiva di tipo amnestico (memoria episodica e semantica), verosimilmente inquadrabile come Mild Cognitive Impairment, motivo per cui a ottobre 2025 alla terapia farmacologica ho aggiunto la colina alfoscerato (600 mg; 1 bust. h 8 + 1 bust. h 14 per 14 gg/mese per 3 cicli).
Discussione e conclusioni
Il caso in esame mostra che l’introduzione del FS, in associazione alla terapia SSRI, ha prodotto un significativo miglioramento clinico dei sintomi ansiosi residui, particolarmente resistenti e responsabili di compromissione serale e della qualità del sonno.
In particolare, l’associazione ha consentito:
- la riduzione del benzodiazepinico (bromazepam) del 70% circa;
- un miglioramento della qualità della vita e del funzionamento quotidiano;
- un incremento dell’aderenza terapeutica grazie all’alta tollerabilità e al minore “peso percepito” del trattamento.
Alla luce della storia di ipersensibilità ai farmaci della paziente, il FS si è dimostrato un valido strumento integrativo, contribuendo al raggiungimento di un equilibrio clinico stabile.


Introduzione
Il seguente case report descrive il percorso di disassuefazione da BDZ in una paziente con disturbo d’ansia generalizzata e tratti di personalità ansioso-depressivi, in trattamento stabilizzato con duloxetina. L’obiettivo del protocollo è stato quello di valutare l’efficacia del FS nel favorire la sospensione della BDZ.
Presentazione del caso
La paziente è una donna di 39 anni, in carico presso il mio ambulatorio da quattro anni. Il quadro clinico di esordio era caratterizzato da un disturbo d’ansia generalizzata con marcati tratti ipocondriaci e depressivi, sovrapposti a un temperamento ansioso di base che costituisce il substrato della sua personalità.
Profilo psicologico e temperamento
La paziente presenta una costellazione di tratti di personalità fortemente disfunzionali. Emerge una bassissima tolleranza ai farmaci e una spiccata sensibilità agli effetti collaterali, fattori che hanno storicamente reso difficoltose l’aderenza e l’ottimizzazione delle terapie farmacologiche. Il suo assetto psicologico è dominato da una marcata insicurezza personale e da una bassa autostima, che alimentano una tendenza pervasiva alla colpevolizzazione e a dinamiche di iper-responsabilizzazione caregiver verso le figure significative, a discapito della cura di sé. Il suo timbro di personalità è fondamentalmente pessimista e apprensivo, con un’aspettativa costante di esiti negativi, che contribuisce a un circolo vizioso di ansia anticipatoria.
Contesto storico e psicosociale
La sua storia personale è segnata da traumi affettivi e perdite rilevanti, non specificati ma clinicamente significativi, e da importanti difficoltà economiche vissute nella famiglia d’origine. Attualmente, la paziente riveste un ruolo salvifico nei confronti di un fratello, che sostiene economicamente oltre i propri limiti, senza peraltro riceverne un’opportuna gratitudine, con il consenso ma anche con la preoccupazione del marito, descritto come a sua volta ansioso, rigido e con tratti ossessivi. Questo contesto relazionale sembra cronicizzare il suo stato di iper-allerta e di sacrificio. La paziente manifesta una profonda religiosità, che tuttavia, invece di essere una risorsa consolatoria, è spesso associata a sentimenti ricorrenti di colpa e di inadeguatezza.
Vive con il marito, con cui ha un legame molto stretto, ma caratterizzato da un’iper-preoccupazione reciproca per la salute. La sua rete sociale è estremamente ridotta: conduce una vita prevalentemente domestica, uscendo solo per necessità o accompagnata dal marito stesso. Il periodo pandemico da COVID-19 ha agito da potente fattore di stress: vissuto dalla paziente come un trauma, ha esacerbato le sue tendenze ansiose e ipocondriache, portandola a un isolamento sociale protratto e a un’adesione rigida e fobica alle norme sanitarie.
Storia farmacologica
All’ingresso in cura, la terapia si basava su alprazolam in gocce, assunto sia al bisogno durante il giorno, che in modo fisso alla sera, con una dipendenza cronica e una significativa difficoltà a ridurne la posologia nonostante la stabilità del contesto. Precedenti tentativi con paroxetina, sebbene parzialmente efficaci per i sintomi gastrointestinali (scomparsa della gastrite), erano stati interrotti per un incremento ponderale, effetto collaterale da lei vissuto come intollerabile per le profonde insicurezze relative all’immagine corporea. La terapia è stata quindi stabilizzata su duloxetina 60 mg/die, che ha determinato un miglioramento della sicurezza personale e una migliore regolazione del tono dell’umore, lasciando però invariata la dipendenza da benzodiazepine.
Protocollo integrato per disassuefazione da BDZ
Concordemente con la paziente, ho avviato un protocollo della durata di 90 giorni (T0-T90) per la disassuefazione da BDZ, prevedendo l’assunzione del FS (1 compressa al mattino + 1 alla sera) in associazione alla terapia in essere. Il dosaggio di alprazolam è stato gradualmente ridotto fino a sospendere il farmaco.
Sono stati valutati l’outcome primario (riduzione della BDZ) e secondario (punteggio Hamilton Anxiety Rating Scale (HAM-A)10, questionario clinico standardizzato utilizzato per misurare la gravità dei sintomi d’ansia ai tempi T0, T30 e T90. Interpretazione dei punteggi HAM-A: 0-17: ansia lieve – 18-24: ansia da lieve a moderata ·– 25-30: ansia da moderata a grave – 31-56: ansia grave.
Risultati
- T0 (08/08/2025) | Terapia: duloxetina 60 mg/die + alprazolam 5 gocce mattina e 5 gocce sera (equivalente a 3,8 mg diazepam [DZP]). Punteggio HAM-A: 30 (ansia da moderata a grave). Inizio terapia con FS 2 cpr/die e avvio del decalage di
- T30 (10/09/2025) | Terapia: duloxetina 60 mg/die + alprazolam 5 gocce solo al mattino (equivalente a 1,9 mg-DZP) + FS 2 cpr/die. HAM-A: 24 (ansia da lieve a moderata). Proseguimento del decalage.
- T90 (14/11/2025) | Terapia: duloxetina 60 mg/die + FS 2 cpr/die. Sospensione completa di alprazolam. HAM-A: 22 (ansia da lieve a moderata).

Discussione e conclusioni
In questo caso, l’associazione del FS al regime terapeutico stabile ha permesso una completa disassuefazione da BDZ in 90 giorni. La riduzione della dose di BDZ (da 3,8 mg-DZP a 0) è stata accompagnata da un miglioramento clinicamente significativo del punteggio HAM-A (riduzione di 8 punti). Il profilo dell’integratore, percepito come “sicuro” e privo di effetti collaterali legati all’aumento di peso, è stato cruciale per l’adesione al protocollo da parte di una paziente ipersensibile e ipocondriaca. Il risultato è stato un netto miglioramento della qualità di vita, nonostante la persistenza del tratto ansioso di base.


Introduzione
Riporto il caso di una paziente con disturbo ansioso-depressivo cronico e una storia di pattern relazionali disfunzionali, in trattamento con polifarmacoterapia (SSRI, SNRI e stabilizzatore dell’umore) e uso protratto di benzodiazepine. L’obiettivo del protocollo è stato quello di valutare l’efficacia del FS nel favorire la sospensione della BDZ.
Presentazione del caso
Seguo questa donna di 49 anni, casalinga, dal 2016. Presenta un quadro ansioso-depressivo cronico, in pregressi episodi depressivi maggiori, strettamente interconnesso con dinamiche di personalità e relazionali disfunzionali di lunga data.
Contesto familiare e sviluppo psicologico
La paziente ha vissuto un’infanzia segnata dalla perdita precoce del padre e da un ambiente familiare, guidato dalla madre, fortemente svalutante e anaffettivo. La figura materna viene descritta come centrata su sé stessa, anempatica e incapace di riconoscere e validare i bisogni emotivi delle figlie. In questo clima, la paziente ha interiorizzato uno schema di autosvalutazione e di sacrificio, convincendosi che per meritare affetto dovesse mettere sistematicamente gli altri al primo posto, senza mai ricevere in cambio gratificazione o riconoscimento. Questo ha plasmato una personalità con bassissima autostima, scarsa percezione dei propri bisogni e incapacità di difendere i propri confini psicologici.
Assetto relazionale attuale e dinamiche disfunzionali
La paziente è coniugata e la famiglia, economicamente benestante grazie all’attività del marito nel settore nautico, non presenta problemi materiali. Tuttavia, la sua vita quotidiana è un esempio emblematico delle sue difficoltà:
- si occupa della gestione completa della casa;
- fornisce accudimento quotidiano ai nipoti;
- ha sacrificato per anni la propria libertà e quella della sua famiglia acquisita per soddisfare le richieste della madre, che risiede nello stesso palazzo.
Un esempio paradigmatico è il rituale del pranzo domenicale, al quale la paziente si sente in dovere di invitare la madre (e a volte anche la sorella), subendo costantemente critiche e svalutazioni invece che gratitudine. Lo stesso pattern si ripete in occasione di tutte le festività comandate (Natale, Pasqua, Ferragosto), con notevole sacrificio personale e familiare. Nonostante una consapevolezza cognitiva maturata durante la terapia psicologica sull’importanza di porsi dei limiti, ogni tentativo di assertività viene immediatamente sopraffatto da un fortissimo e paralizzante senso di colpa, che la riporta ai consueti schemi di compiacenza e di sottomissione.
Storia clinica ed evoluzione del trattamento
La sintomatologia si manifesta come un quadro ansioso-depressivo cronico, con:
- oscillazioni dell’ansia legate alla gestione del quotidiano (pasti, nipoti, organizzazione familiare);
- ricorrenti crisi ipocondriache, specialmente in prossimità di controlli medici di routine;
- episodi depressivi maggiori a ricorrenza stagionale (autunnale), la cui comparsa è stata notevolmente ridotta dall’introduzione dello stabilizzante dell’umore (lamotrigina).
Negli ultimi anni si osserva un discreto miglioramento dell’insight, sebbene la traduzione di questa comprensione in azioni concrete di cambiamento (soprattutto nel porre dei limiti relazionali) rimanga estremamente difficoltosa. L’unico cambiamento comportamentale stabile ottenuto è stato una parziale, seppur faticosa, delimitazione del rapporto con la madre, che rimane comunque la principale fonte di stress e di vulnerabilità.
Terapia farmacologica in atto
La terapia era stabilizzata da tempo su una polifarmacoterapia:
- fluoxetina 20 mg/die e duloxetina 60 mg/die per la componente ansioso-depressiva;
- lamotrigina 100 mg/die come stabilizzante dell’umore per la prevenzione degli episodi depressivi stagionali;
- delorazepam 10 gocce la sera, BDZ assunta cronicamente e mai ridotta nonostante i ripetuti tentativi, a causa della fragilità emotiva e iper-apprensività della paziente.
Protocollo integrato per disassuefazione da BDZ
Concordemente con la paziente, ho avviato un protocollo della durata di 90 giorni (T0-T90) per la disassuefazione da BDZ, prevedendo l’assunzione del FS (1 compressa al mattino + 1 alla sera) in associazione alla terapia in essere. Sono stati valutati l’outcome primario (riduzione della BDZ) e secondario (punteggio HAM-A) ai tempi T0, T30 e T90.
Risultati
- T0 (15/07/2025) | Terapia: fluoxetina 20 mg/die + duloxetina 60 mg/die + lamotrigina 100 mg/die + delorazepam 10 gocce/sera (1,9 mg-DZP). HAM-A: 23 (ansia da lieve a moderata). Inizio terapia con FS 2 cpr/die e avvio del decalage del delorazepam.
- T30 (18/08/2025) | Terapia: fluoxetina 20 mg/die + duloxetina 60 mg/die + lamotrigina 100 mg/die, delorazepam ridotto a 6 gocce/sera (1,15 mg-DZP) + FS 2 cpr/die. La paziente ha tollerato bene il trattamento, senza assumere BDZ extra. HAM-A: 18 (ansia da lieve a moderata).
- T90 (21/10/2025) | Terapia: fluoxetina 20 mg/die + duloxetina 60 mg/die + lamotrigina 100 mg/die + FS 2 cpr/die. Sospensione completa di delorazepam (0 mg-DZP). HAM-A: 16 (ansia lieve).
La paziente intende proseguire l’assunzione del FS.

Discussione e conclusioni
Nel caso di questa paziente l’introduzione del FS ha fornito un beneficio clinico aggiuntivo, permettendo di raggiungere l’obiettivo, a lungo perseguito, della sospensione della BDZ. La riduzione del dosaggio da 5 mg-DZP a 0 mg-DZP in 90 giorni si è associata a un progressivo miglioramento dei sintomi d’ansia (HAM-A sceso da 23 a 16). L’integratore è stato ben tollerato e ha contribuito a una maggiore stabilità emotiva e tolleranza allo stress, facilitando un processo di disassuefazione che precedentemente risultava bloccato dalla vulnerabilità emotiva della paziente. Questo caso supporta l’utilità del FS come adiuvante in protocolli di riduzione delle BDZ, anche in quadri clinici complessi e stabilizzati da polifarmacoterapia.

Valutazione al follow-up: esiti a distanza nei casi clinici 2 e 3
Al follow-up effettuato a distanza di alcuni mesi dal completamento del percorso, il risultato ottenuto si è mantenuto stabile. Le pazienti non hanno ripreso l’assunzione di benzodiazepine e non sono emersi episodi di ricaduta clinicamente significativi. Il mantenimento della sospensione è stato accompagnato dalla prosecuzione spontanea dell’assunzione del FS, riferita come utile nel favorire una sensazione di maggiore equilibrio emotivo e di migliore gestione dell’ansia residua. L’aderenza all’integratore è risultata elevata e il giudizio soggettivo espresso dalle pazienti è stato positivo. Dal punto di vista della qualità di vita, le pazienti hanno riferito una percezione di maggiore autonomia rispetto alla gestione dell’ansia, una riduzione della preoccupazione legata alla necessità di assumere benzodiazepine e una soddisfazione complessiva per il percorso effettuato e per i risultati raggiunti.
Commento all’efficacia del protocollo
La disassuefazione dalle BDZ rappresenta una sfida clinica complessa. Le linee guida internazionali raccomandano generalmente una riduzione graduale del dosaggio (tapering), associata – quando possibile – a interventi psicoterapeutici e psicoeducativi. La durata del percorso può variare da alcune settimane a diversi mesi, in funzione della dose assunta, della durata dell’esposizione, delle caratteristiche cliniche del paziente e della presenza di disturbi d’ansia sottostanti. La letteratura evidenzia come la sospensione delle benzodiazepine sia frequentemente ostacolata dalla ricomparsa di sintomi ansiosi, insonnia, ipervigilanza e disagio emotivo, fattori che possono favorire l’interruzione del tapering o la ripresa del farmaco. Sebbene i tassi di successo riportati siano variabili in relazione ai protocolli adottati e alle popolazioni studiate, una quota significativa di pazienti non raggiunge una sospensione stabile o presenta ricadute nel tempo. In questo contesto, l’aspetto più interessante dei casi clinici osservati riguarda la possibilità che l’integrazione con il FS abbia contribuito a rendere più tollerabile il percorso di riduzione delle benzodiazepine. Dal punto di vista clinico, i pazienti hanno riferito una migliore gestione della sintomatologia ansiosa residua. La riduzione di tale disagio soggettivo potrebbe aver favorito l’aderenza al programma di tapering e aumentato la fiducia del paziente nella possibilità di mantenere i risultati raggiunti.
Considerazioni finali e note sulla sicurezza del FS
Nella pratica clinica è frequente osservare che, nonostante un adeguato trattamento farmacologico e/o psicoterapeutico, persista una quota residua di sintomatologia ansiosa di lieve entità, percepita dal paziente come un costante rumore di fondo. Tale componente può contribuire al mantenimento della dipendenza dalle benzodiazepine e può rappresentare un ostacolo alla completa disassuefazione.
L’aggiunta del FS nel percorso terapeutico permette di gestire quel “rumore di fondo” ansioso residuo. Questo approccio non solo migliora l’efficacia clinica, ma riduce la resistenza al trattamento, evitando la percezione di un over-treatment farmacologico.
Inoltre, la mia esperienza conferma che il FS rappresenta un valido coadiuvante nei protocolli di riduzione delle BDZ, anche in quadri clinici complessi. La sua ottima tollerabilità lo rende uno strumento essenziale per mitigare la “paura della medicalizzazione” e per promuovere un equilibrio clinico stabile e duraturo.
Un punto cardine è la sua sicurezza a lungo termine. Non ho rilevato discontinuazioni dovute a effetti collaterali collegabili all’assunzione del nutraceutico, anche per trattamenti superiori ai 6 mesi. Il prodotto non altera le funzioni cognitive (attenzione, memoria), un vantaggio fondamentale rispetto all’uso cronico di BDZ, che è invece associato a un peggioramento delle prestazioni cognitive e a un aumento del rischio di cadute e fratture, soprattutto con molecole a lunga emivita e durate d’uso elevate11-12. Inoltre, non ho osservato interazioni clinicamente rilevanti con farmaci comuni per patologie cardiovascolari o metaboliche.
In conclusione, l’esperienza da me maturata con il FS conferma la sua utilità non solo come supporto alle terapie farmacologiche standard, ma come vero e proprio coadiuvante nei percorsi di disassuefazione da BDZ.
Bibliografia
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