Medicina di Famiglia e Specialistica
Microbiota

L’asse intestino-cuore: il ruolo del microbiota sulla salute cardiovascolare

4 Set 2026
MICROBIOTA-in-clinica-asse-intestino-cuore

Prof. Amedeo Amedei

Professore Ordinario, Scienze tecniche di medicina di laboratorio, Dipartimento di Medicina Sperimentale e Clinica, Università degli Studi di Firenze

 

Il dialogo tra intestino e cuore è al centro di un crescente interesse scientifico, ma quale ruolo possiamo attribuire oggi al microbiota nella salute cardiovascolare? In questo secondo articolo della rubrica Microbiota, il Prof. Amedeo Amedei fa il punto sulle evidenze disponibili, sui loro limiti e sulle possibili implicazioni per la Medicina Generale.

 

Abstract

Il microbiota intestinale è un mediatore dinamico attraverso cui dieta, stile di vita e metabolismo possono influenzare la salute cardiovascolare. Metaboliti microbici, integrità della barriera intestinale e meccanismi immunitari collegano infatti l’ecosistema intestinale a infiammazione, funzione endoteliale, pressione arteriosa e rimodellamento cardiaco: una rete oggi definita asse intestino-cuore. Le associazioni descritte nell’aterosclerosi, nella sindrome coronarica acuta, nell’ipertensione, nella fibrillazione atriale e nello scompenso non dimostrano tuttavia, da sole, un rapporto causale. Nella pratica clinica non è quindi giustificato considerare il microbiota un fattore di rischio autonomo, né ricorrere di routine a test microbiomici o a integratori specifici. Il suo valore consiste soprattutto nel chiarire il fondamento biologico degli interventi già raccomandati: una dieta mediterranea ricca di fibre, attività fisica, controllo del peso e un uso appropriato dei farmaci. Questo articolo sintetizza i principali meccanismi e le evidenze cliniche, con particolare attenzione alle ricadute per il medico di medicina generale (MMG).

Parole chiave: microbiota intestinale; asse intestino-cuore; prevenzione cardiovascolare; Medicina Generale; infiammazione; dieta mediterranea.

 

Introduzione

La prevenzione cardiovascolare si fonda sul controllo di ipertensione, dislipidemia, diabete, fumo e obesità. Tuttavia, persone con profili di rischio simili possono mostrare evoluzioni e risposte agli interventi differenti, suggerendo l’esistenza di ulteriori modulatori biologici1,2. Tra questi, il microbiota intestinale (MI), integrando segnali alimentari, metabolici e immunitari, può contribuire all’eterogeneità del rischio. Il concetto di asse intestino-cuore descrive questa comunicazione bidirezionale, senza sostituire i modelli fisiopatologici consolidati: il MI non è un nuovo fattore di rischio indipendente, ma una possibile interfaccia tra l’ambiente e l’organismo.

 

Dall’ecosistema intestinale all’asse intestino-cuore

Il MI svolge funzioni metaboliche e immunoregolatorie: fermenta le fibre, produce acidi grassi a corta catena (SCFA), trasforma acidi biliari e triptofano e contribuisce all’integrità della barriera mucosale3-5. È quindi più utile valutarne la funzione complessiva che ricercare una presunta composizione “ideale”, molto variabile tra individui. Anche la disbiosi va intesa come una perdita di equilibrio funzionale, e non come semplice presenza o assenza di singole specie.

Tre meccanismi sono particolarmente rilevanti. Primo, l’aumentata permeabilità intestinale può favorire il passaggio di lipopolisaccaridi e di altri prodotti microbici, sostenendo un’infiammazione sistemica di basso grado. Secondo, i metaboliti microbici possono avere degli effetti opposti: il TMAO, prodotto dal metabolismo di colina e carnitina, è associato a eventi cardiovascolari, ma risente di dieta, funzione renale e comorbidità e non è ancora un biomarcatore utilizzabile di routine6,7; gli SCFA, generati dalla fermentazione delle fibre, sostengono l’equilibrio della barriera intestinale e l’omeostasi immunitaria e possono contribuire alla regolazione pressoria8,9. Terzo, alterazioni di acidi biliari e derivati indolici possono influenzare il metabolismo lipidico, l’immunità e la funzione endoteliale. Il rischio deriva dunque dalla rete dieta-microbiota-metaboliti-ospite, non da un singolo microrganismo o composto.

 

L’asse intestino-cuore nelle principali patologie cardiovascolari

Le evidenze sull’asse intestino-cuore sono in continua evoluzione. Alterazioni del microbiota e dei suoi metaboliti sono state associate a diverse patologie cardiovascolari, ma il passaggio dall’associazione alla causalità – e da questa all’applicazione clinica – non è ancora compiuto.

 

 

Ma come si traduce questo complesso intreccio nelle diverse patologie cardiovascolari? Il possibile coinvolgimento dell’asse intestino-cuore emerge in diversi contesti clinici, dall’aterosclerosi e dalle sindromi coronariche acute all’ipertensione arteriosa, alla fibrillazione atriale e allo scompenso cardiaco.

 

Aterosclerosi

Nell’aterosclerosi sono state descritte alterazioni del metagenoma intestinale e di vie implicate nel metabolismo lipidico e nella risposta infiammatoria10. La perdita di integrità della barriera può favorire endotossiemia metabolica e attivazione dell’immunità innata; parallelamente, il metabolismo microbico di colina e carnitina può aumentare il TMAO e promuovere, in modelli sperimentali, la formazione di cellule schiumose e la reattività piastrinica11. Questi dati rendono plausibile un ruolo modulatore del MI, ma non consentono di distinguere sempre causa ed effetto, né di definire un profilo microbico discriminante.

 

Sindrome coronarica acuta e infarto miocardico

Nelle sindromi coronariche acute sono state osservate associazioni tra profili del microbiota orale o intestinale, intensità dell’infiammazione e concentrazioni di TMAO12,13. L’evento ischemico, a sua volta, modifica la perfusione intestinale, la risposta neuroendocrina, la dieta e le terapie, influenzando rapidamente l’ecosistema microbico. Questa bidirezionalità limita l’interpretazione causale degli studi trasversali. Al momento i dati hanno soprattutto valore fisiopatologico e prognostico esplorativo, ma non supportano test microbiomici nella gestione dell’infarto.

 

Ipertensione arteriosa

Studi sperimentali collegano l’ipertensione a una ridotta produzione di SCFA, alterazioni della barriera e attivazione immunitaria. Diete ricche di fibre o supplementazione con acetato e propionato riducono il danno ipertensivo in modelli animali, attraverso recettori sensibili agli SCFA e modulazione di rene, vascolarizzazione e sistema immunitario14,15. Nell’uomo, tuttavia, campioni piccoli, eterogeneità metodologica e interferenza dei farmaci impediscono di attribuire al MI un reale ruolo causale o di indicare dei probiotici specifici. Il messaggio clinico resta coerente con le linee guida: riduzione del sale, controllo del peso, attività fisica e alimentazione vegetale ricca di fibre.

 

Fibrillazione atriale

Nei pazienti con fibrillazione atriale sono state riportate differenze nella composizione microbica e nel metaboloma, talvolta correlate alla durata dell’aritmia16,17. I meccanismi ipotizzati comprendono infiammazione sistemica, stress ossidativo e rimodellamento atriale. Età, obesità, scompenso, dieta e politerapia rappresentano però importanti confondenti. Mancano studi prospettici e interventistici capaci di dimostrare che modificare il MI riduca recidive o complicanze; la prevenzione deve quindi concentrarsi sui fattori modificabili già riconosciuti.

 

Scompenso cardiaco

Nello scompenso la congestione venosa e la ridotta perfusione possono compromettere la barriera e l’assorbimento intestinali, favorendo traslocazione microbica e infiammazione; quest’ultima può a sua volta contribuire alla progressione della disfunzione cardiaca18,19. Il modello è quindi quello di un circolo vizioso più che di una causalità unidirezionale. TMAO elevato è stato associato a una prognosi peggiore, ma risente fortemente dalla funzione renale e dalla gravità clinica. Nessun intervento diretto sul microbiota ha oggi delle evidenze sufficienti per entrare nella terapia standard.

 

Ricadute pratiche per il medico di medicina generale

L’asse intestino-cuore rafforza, più che modificare, la prevenzione cardiovascolare. Il MMG può tradurre le evidenze in quattro indicazioni:

  • promuovere un modello mediterraneo ricco di verdura, frutta, legumi, cereali integrali e frutta secca, limitando i prodotti ultraprocessati. Le fibre alimentano infatti la produzione di SCFA e la varietà delle fonti vegetali sostiene la resilienza microbica20,21. L’effetto dipende dal profilo dietetico complessivo, non da singoli “superfood”;
  • integrare alimentazione, attività fisica, sonno e controllo del peso in un percorso realistico e continuativo. Il MI risponde rapidamente alle abitudini, ma la stabilità dei benefici richiede una buona aderenza;
  • evitare le sovradiagnosi. I test commerciali del microbiota non dispongono di intervalli di normalità, standard analitici o soglie decisionali validate per stimare il rischio cardiovascolare, ma possono dare un supporto nell’inquadrare il caso clinico. Non dovrebbero quindi modificare le prescrizioni o la stratificazione del rischio. Analogamente, probiotici, prebiotici e trapianto di microbiota non sono terapie cardiovascolari di routine, ma molto promettenti;
  • considerare la relazione bidirezionale tra i farmaci e il microbiota. Antibiotici, inibitori di pompa protonica e altre terapie possono alterare l’ecosistema intestinale, mentre il MI può contribuire alla variabilità della risposta farmacologica. Ciò non giustifica modifiche terapeutiche basate su test non validati, ma richiama all’appropriatezza prescrittiva e alla revisione periodica della politerapia. La farmacomicrobiomica e le tecnologie multi-omiche potranno in futuro migliorare la stratificazione e la personalizzazione, purché i segnali osservazionali siano confermati in coorti prospettiche e trial clinici.

 

 

Conclusioni

Il MI è un modulatore plausibile dell’infiammazione, del metabolismo e della funzione vascolare nelle principali malattie cardiovascolari, ma le prove disponibili non ne consentono ancora l’uso come biomarcatore o come bersaglio terapeutico autonomo. La sua utilità attuale è soprattutto concettuale e preventiva: rende più comprensibili gli effetti sistemici dello stile di vita e sostiene un approccio integrato, senza anticipare applicazioni non validate. Per avere un supporto nel definire meglio lo stato clinico del paziente è comunque rilevante affidarsi a esperti e non improvvisare test di valutazione del MI. Per il MMG, la strategia più solida resta favorire abitudini capaci di proteggere contemporaneamente l’ecosistema intestinale e la salute cardiovascolare.

 

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