Medicina di Famiglia e Specialistica
Metabolismo

Supplementazione di vitamina D: le nuove raccomandazioni dell’Endocrine Society per la prevenzione primaria (VIDEO)

8 Apr 2025
vitamina

Nel 2024, l’Endocrine Society ha aggiornato le raccomandazioni sulla supplementazione di vitamina D. Superando il tradizionale riferimento ai livelli sierici, viene introdotta una strategia di supplementazione empirica rivolta a specifici gruppi a rischio, con benefici attesi in termini di prevenzione. Il dottor Angelo Fassio, in questa intervista esclusiva, illustra le principali novità. A supporto, un’infografica riassuntiva con i punti chiave.

Dott. Angelo Fassio
UOC Reumatologia, Verona, Italia

 

Nel 2024, l’Endocrine Society ha aggiornato le proprie raccomandazioni sulla supplementazione di vitamina D, adottando il metodo GRADE per la formulazione delle linee guida. Le indicazioni si fondano su una revisione sistematica della letteratura e su una metanalisi, con dati aggiornati fino a dicembre 2023. L’approccio proposto si discosta dai criteri tradizionali basati sui livelli sierici, privilegiando invece una strategia di supplementazione empirica. In altre parole, nella popolazione generale sana non è ritenuto necessario il dosaggio preliminare della 25-idrossivitamina D [25(OH)D], concentrando l’attenzione sull’efficacia clinica della supplementazione.
Le nuove raccomandazioni identificano con chiarezza i gruppi di popolazione per cui la supplementazione di vitamina D3 (colecalciferolo) è indicata in un’ottica di prevenzione primaria. In particolare, l’integrazione è consigliata per bambini e adolescenti tra 1 e 18 anni, anziani a partire dai 75 anni, donne in gravidanza e soggetti con prediabete. La modalità preferenziale di somministrazione è quella giornaliera. Al contrario, non viene raccomandata la supplementazione nelle persone con patologie che interferiscono con il metabolismo della vitamina D, aumentato rischio di fratture o disordini del metabolismo della vitamina D, in quanto queste condizioni richiedono degli approcci specifici e personalizzati.
Uno degli elementi di maggiore discontinuità rispetto al passato riguarda il superamento dei concetti di “sufficienza” e “deficit” vitaminico nella popolazione sana. Non viene più promossa, infatti, la valutazione sistematica della 25(OH)D in assenza di sospetto clinico o di patologie specifiche. Le nuove evidenze sottolineano invece il potenziale beneficio della supplementazione empirica in termini di salute pubblica: tra gli effetti osservati vi è una riduzione del rischio di infezioni respiratorie, un impatto favorevole sulla prevenzione del diabete e una diminuzione della mortalità negli anziani.
Questi dati rafforzano il ruolo della vitamina D come strumento di prevenzione primaria in fasce di popolazione selezionate.

Per approfondimenti:

Da Vitamin D Journal 1/2025
Sintesi delle nuove raccomandazioni 2024 dell’Endocrine Society: supplementazione vitaminica D per la prevenzione primaria

 

 

Quali sono le principali novità delle nuove raccomandazioni dell’Endocrine Society sull’uso della vitamina D?

Le nuove linee guida introducono un cambiamento sostanziale rispetto al passato, puntando su un approccio pragmatico e fondato sulle evidenze. Tra le principali novità troviamo:

  • Eliminazione della definizione universale dei cut-off: non vengono più indicate soglie rigide di “sufficienza”, “insufficienza” e “deficit” per la 25(OH)D nella popolazione generale sana.
  • Dosaggio routinario scoraggiato: in assenza di indicazioni cliniche specifiche, il dosaggio sistematico della 25(OH)D non è raccomandato, per ragioni di sostenibilità e per evitare costi non giustificati.
  • Supplementazione empirica mirata: si raccomanda l’uso empirico della vitamina D (prevalentemente colecalciferolo), preferibilmente in regime giornaliero, in specifici gruppi di pazienti (bambini, anziani, donne in gravidanza, soggetti con prediabete), nei quali sono stati osservati dei benefici clinici significativi. Data l’eterogeneità dei dosaggi nei vari studi, non viene indicata una dose univoca (le raccomandazioni italiane suggeriscono 800-2000 UI/die).

Queste modifiche, basate su una rigorosa revisione della letteratura secondo il metodo GRADE, riflettono l’evoluzione della conoscenza scientifica negli ultimi tredici anni e promuovono un impiego più mirato e sostenibile della vitamina D.

 

In quali categorie di pazienti viene consigliata la supplementazione empirica di
vitamina D?

Le raccomandazioni identificano specifiche fasce di popolazione in cui la supplementazione empirica risulta particolarmente vantaggiosa:

  • Bambini e adolescenti (1-18 anni): suggerita per prevenire il rachitismo da carenza nutrizionale e per ridurre il rischio di infezioni respiratorie. I dosaggi variano generalmente tra 300 e 2000 UI/die, con una media stimata di 1200 UI/die.
  • Anziani (≥75 anni): finalizzata a ridurre il rischio di mortalità per tutte le cause. Le evidenze, tratte da metanalisi di numerosi studi randomizzati, supportano un approccio empirico con dosaggi compresi tra 400 e 3333 UI/die, indipendentemente dai livelli basali di 25(OH)D.
  • Donne in gravidanza: utile per ridurre il rischio di complicanze come pre-eclampsia, parto pretermine, mortalità intrauterina e neonatale, e per favorire una migliore crescita fetale (soprattutto nei neonati SGA). I dosaggi studiati vanno da 600 a 5000 UI/die.
  • Soggetti con prediabete: la supplementazione può rallentare la progressione verso il diabete mellito di tipo 2, rappresentando un supporto aggiuntivo alle modifiche dello stile di vita.

Nei pazienti adulti a basso rischio, una supplementazione aggiuntiva alla normale dieta non è generalmente necessaria.

 

Perché non è indicato il dosaggio sistematico della 25(OH)D nella popolazione generale?

Il dosaggio routinario della 25(OH)D nei soggetti sani è sconsigliato per diversi motivi:

  • Incertezza sui cut-off clinici: l’assenza di un valore soglia universalmente condiviso (fatta eccezione per il riferimento a 20 ng/mL) rende difficile interpretare i risultati, soprattutto nei pazienti senza fattori di rischio.
  • Implicazioni economiche e di accesso: test di massa comportano costi aggiuntivi e rischiano di accentuare le disuguaglianze nell’accesso, penalizzando i pazienti con minori risorse economiche, senza un beneficio clinico dimostrato.
  • Valore clinico limitato nei soggetti sani: numerose evidenze dimostrano che, in assenza di condizioni cliniche particolari, la misurazione della 25(OH)D non modifica l’approccio terapeutico, dato che la supplementazione empirica basata sulle Dietary Reference Intakes (DRI) è già adeguata.

Per questo motivo, l’approccio suggerito è quello di evitare il dosaggio sistematico, concentrandosi invece sulla supplementazione empirica nei gruppi a rischio.

 

Quali sono gli effetti extra-scheletrici della vitamina D messi in luce dalle nuove evidenze?

Oltre al ben noto ruolo nel metabolismo osseo, la letteratura recente evidenzia diversi potenziali effetti extra-scheletrici della vitamina D:

  • Riduzione della mortalità per cancro: studi e metanalisi suggeriscono che una corretta integrazione vitaminica possa contribuire a ridurre il rischio di mortalità per diverse forme di tumore, probabilmente grazie alla modulazione dei processi cellulari e della risposta immunitaria.
  • Benefici cardiovascolari: anche se alcuni studi, come il Finnish Vitamin D Trial, non hanno confermato in maniera univoca un effetto protettivo sugli eventi cardiovascolari maggiori, ci sono evidenze che suggeriscono un miglioramento del profilo cardiovascolare.
  • Azione immunomodulatrice: la vitamina D stimola la produzione di molecole antimicrobiche (come β-defensine e catelicidine) e può ridurre il rischio di infezioni respiratorie, un beneficio osservato sia in età pediatrica che negli adulti.
  • Prevenzione della progressione del prediabete: alcuni studi indicano che l’integrazione con vitamina D può aiutare a prevenire l’evoluzione del prediabete verso il diabete mellito di tipo 2, agendo sui processi infiammatori e sulla sensibilità insulinica.

Questi effetti extra-scheletrici ampliano il potenziale impiego della vitamina D, evidenziando il suo ruolo multisistemico che va ben oltre la salute ossea.

 

Perché viene preferita la somministrazione giornaliera di vitamina D3 rispetto a regimi basati sui boli o non quotidiani?

La modalità di somministrazione quotidiana del colecalciferolo (vitamina D3) è preferita per diversi motivi:

  • Stabilità dei livelli sierici: una somministrazione giornaliera garantisce una concentrazione costante di vitamina D nel sangue, evitando picchi e cadute che possono verificarsi con regimi basati sui boli. Questa stabilità è cruciale per mantenere un’omeostasi ottimale e per assicurare dei benefici costanti sia per la salute scheletrica sia per quella extra-scheletrica.
  • Miglior risposta clinica: gli studi suggeriscono che l’esposizione continua ai composti attivi della vitamina D è associata a una migliore risposta terapeutica, soprattutto in termini di effetti immunomodulatori e di riduzione del rischio di infezioni respiratorie.
  • Riduzione degli eventi avversi: l’approccio quotidiano riduce il rischio di effetti collaterali legati a dosaggi elevati somministrati in modo intermittente, garantendo una gestione più sicura soprattutto nei pazienti a rischio come gli anziani.

Questa strategia, evidenziata dalle nuove raccomandazioni, si rivela pertanto più efficace e tollerabile, supportando una pratica clinica basata su una gestione ottimizzata e personalizzata della supplementazione vitaminica.

 

Conclusioni

Le nuove raccomandazioni della Endocrine Society modificano profondamente l’approccio alla gestione della vitamina D, enfatizzando la supplementazione mirata nelle popolazioni a rischio e scoraggiando il dosaggio sistematico nella popolazione generale sana.
L’attenzione si sposta sempre più sugli effetti extra-scheletrici, con prove crescenti di benefici sulla salute immunitaria, metabolica e cardiovascolare. La somministrazione giornaliera di colecalciferolo sembra essere la strategia più efficace per ottenere risultati clinici significativi.
Queste nuove evidenze possono guidare i medici di medicina generale in una gestione più razionale ed efficace della vitamina D, evitando prescrizioni e test inutili, ma garantendo un’integrazione adeguata laddove necessario.

 

 

 

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