Medicina di Famiglia e Specialistica
Oncologia

Ricostruzione mammaria autologa con lembo DIEP: dimissione in 24 ore, una rivoluzione possibile

7 Mag 2026

 

Dalla chirurgia complessa alla recovery rapida: come i protocolli ERAS stanno cambiando il paradigma della ricostruzione mammaria e che cosa significa, concretamente, per il territorio

 

Prof. Benedetto Longo

Professore Associato della Cattedra e Direttore di Scuola di Specializzazione in Chirurgia Plastica Ricostruttiva ed Estetica Università degli Studi di Roma Tor Vergata, Roma, Italia
Editor in chief, Plastic Reconstructive & Regenerative Surgery Journal.

 

Una nuova idea di ricovero chirurgico

Per anni la ricostruzione mammaria con lembo DIEP è stata associata a ricoveri lunghi, monitoraggi intensivi e a una certa prudenza quasi obbligata. La complessità della microchirurgia imponeva tempi di osservazione prolungati, spesso percepiti come inevitabili.

Oggi questo paradigma sta cambiando. Non tanto per una rivoluzione tecnica, quanto per una trasformazione culturale: il recupero post-operatorio viene progettato, anticipato, guidato. In questo scenario si colloca lo studio italiano pubblicato sul Journal of Plastic Reconstructive and Aesthetic Surgery, rivista internazionale di Chirurgia Plastica Ricostruttiva, che propone un obiettivo fino a poco tempo fa impensabile: dimettere le pazienti entro 24 ore dopo un intervento di questo tipo, mantenendo gli stessi standard di sicurezza.

Lo studio: una fotografia della pratica reale

L’analisi prende in esame oltre cento pazienti trattate presso la U.O.C. di Chirurgia Plastica del Policlinico Tor Vergata di Roma, centro ad alto volume di ricostruzioni autologhe microchirurgiche della mammella, confrontando due epoche: quella precedente e quella successiva all’introduzione del protocollo ERAS. Non si tratta quindi di una sperimentazione su casi selezionati, ma di una fotografia concreta della pratica clinica quotidiana.

Gli autori (Longo Benedetto, MD, PhD, et al.) hanno valutato non solo la durata della degenza, ma anche il tempo operatorio, le complicanze e, aspetto tutt’altro che secondario, la percezione delle pazienti rispetto al proprio percorso di cura.

 

Il cuore della trasformazione: il percorso, non la tecnica

Il cambiamento più significativo non riguarda la tecnica chirurgica in sé, che rimane quella consolidata del lembo DIEP, ma il modo in cui l’intero percorso viene organizzato.

Il protocollo ERAS costruisce un filo continuo, che parte prima dell’intervento e accompagna la paziente fino al ritorno a casa. L’informazione preoperatoria diventa dettagliata e orientata agli obiettivi; la dimissione precoce non è una sorpresa, ma una tappa prevista. In sala operatoria, la standardizzazione dei passaggi e la coordinazione del team riducono le variabilità. Nel post-operatorio, la mobilizzazione precoce e la gestione del dolore senza oppioidi favoriscono un recupero più rapido e più “naturale”.

La degenza, in questo modello, smette di essere un tempo passivo e diventa un percorso attivo, scandito da tappe precise.

I risultati: meno tempo in ospedale, stessa affidabilità

I numeri raccontano una storia chiara. La degenza media si riduce drasticamente, passando da circa quattro giorni a meno di due. Un dato ancora più significativo è che circa un terzo delle pazienti riesce a tornare a casa già nelle prime 24 ore, mentre la grande maggioranza viene dimessa entro due giorni.

Questa accelerazione non si accompagna a un aumento delle complicanze, che rimangono sovrapponibili tra i gruppi. È un punto cruciale: il recupero più rapido non comporta un prezzo in termini di sicurezza.

L’effetto inatteso: una chirurgia più efficiente

Un aspetto interessante, quasi controintuitivo, riguarda il tempo operatorio. Dopo l’introduzione del protocollo ERAS, gli interventi risultano più brevi di circa un quarto.

Questo risultato non deriva da modifiche tecniche, ma da un miglioramento dell’organizzazione: maggiore coordinazione tra i membri del team, utilizzo sistematico di checklist, presenza più frequente di anestesisti dedicati. Si crea così un ambiente più prevedibile, meno soggetto a interruzioni e inefficienze.

Il beneficio si riflette non solo sul paziente, ma sull’intero sistema.

Il punto di vista delle pazienti: il ritorno a casa come parte della cura

Un elemento che emerge con forza è la percezione positiva delle pazienti. I livelli di soddisfazione sono elevati e, in modo interessante, risultano ancora più alti tra coloro che vengono dimesse precocemente.

Questo suggerisce un cambiamento di prospettiva: il ritorno a casa non è vissuto come un rischio o un abbandono, ma come un segnale di recupero e di normalità. Quando il percorso è ben spiegato e accompagnato, la dimissione precoce diventa parte integrante della cura.

Il ruolo del BMI: un indicatore semplice ma concreto

Tra tutte le variabili analizzate, solo il BMI si dimostra realmente associato alla durata della degenza. All’aumentare dell’indice di massa corporea, si osserva un prolungamento, seppur modesto, del ricovero.

Si tratta di un dato lineare e facilmente applicabile nella pratica clinica, utile per modulare aspettative e pianificazione.

Il territorio entra in scena prima

La conseguenza più rilevante di questo nuovo modello è lo spostamento in avanti della fase post-operatoria sul territorio. Il rientro a domicilio avviene quando il processo di recupero è ancora in corso, e questo implica una maggiore integrazione tra ospedale e Medicina Generale.

Il medico di famiglia non si trova più a gestire una fase tardiva, ma entra nel percorso quasi subito dopo l’intervento. Il suo ruolo diventa quello di osservatore attento, facilitatore e punto di riferimento per il paziente.

Dopo la dimissione precoce: che cosa osservare e come comportarsi

Nel decorso fisiologico il paziente riferisce un dolore generalmente moderato, ben controllato con farmaci antinfiammatori, una certa stanchezza e la presenza dei drenaggi. La mobilizzazione viene incoraggiata fin dai primi giorni, anche se con gradualità.

È importante mantenere attenzione su alcuni segnali che possono indicare complicanze. Un aumento improvviso del dolore, una tumefazione anomala della mammella o dell’addome, modifiche del colorito cutaneo, febbre o un incremento significativo del drenaggio devono indurre a una valutazione più approfondita.

Dal punto di vista pratico, il medico può svolgere un ruolo chiave verificando l’aderenza alla terapia analgesica, osservando la ferita chirurgica, controllando l’andamento dei drenaggi e sostenendo il paziente nella ripresa della mobilità.

Alcuni pazienti richiedono una sorveglianza più attenta, in particolare quelli con BMI elevato, interventi bilaterali o comorbidità significative.

Infine, è fondamentale non esitare a coinvolgere lo specialista in presenza di dubbi sulla vitalità del lembo, peggioramento clinico o dolore non spiegato: la tempestività, in questi casi, fa la differenza.

Interpretazione: il vero cambiamento è organizzativo

Il valore di questo studio non risiede in una singola innovazione, ma nella dimostrazione che l’integrazione coerente di più elementi può modificare radicalmente gli esiti.

Il protocollo ERAS funziona perché allinea aspettative, comportamenti e tempi, riducendo la variabilità e aumentando la prevedibilità del percorso.

Conclusioni

La ricostruzione mammaria con lembo DIEP sta entrando in una nuova fase. La riduzione della degenza non è più un obiettivo teorico, ma una realtà concreta, ottenuta senza compromessi sulla sicurezza.

Per il medico di medicina generale questo significa essere parte attiva, fin dalle prime ore, di un percorso condiviso. È proprio in questa continuità tra ospedale e territorio che si costruisce, oggi, il vero successo della chirurgia.

 

 

 

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